giovedì 22 ottobre 2009

Olive Kitteridge di Strout Elizabeth



In un angolo del continente nordamericano c'è Crosby, nel Maine: un luogo senza importanza che tuttavia, grazie alla sottile lama dello sguardo della Strout, diviene lo specchio di un mondo più ampio. Perché in questo piccolo villaggio affacciato sull'Oceano Atlantico c'è una donna che regge i fili delle storie, e delle vite, di tutti i suoi concittadini. È Olive Kitteridge, un'insegnante in pensione che, con implacabile intelligenza critica, osserva i segni del tempo moltipllcarsi intorno a lei, tanto che poco o nulla le sfugge dell'animo di chi le sta accanto: un vecchio studente che ha smarrito il desiderio di vivere; Christopher, il figlio, tirannizzato dalla sua sensibilità spietata; un marito, Henry, che nella sua stessa fedeltà al matrimonio scopre una benedizione, e una croce. E ancora, le due sorelle Julie e Winnie: la prima, abbandonata sull'altare ma non rassegnata a una vita di rinuncia, sul punto di fuggire ricorderà le parole illuminanti della sua ex insegnante: "Non abbiate paura della vostra fame. Se ne avrete paura, sarete soltanto degli sciocchi qualsiasi". Con dolore, e con disarmante onestà, in "Olive Kitteridge" si accampano i vari accenti e declinazioni della condizione umana - e i conflitti necessari per fronteggiarli entrambi. E il fragile, sottile miracolo di un'alta pagina di storia della letteratura, regalataci da una delle protagoniste della narrativa americana contemporanea, vincitrice, grazie a questo "romanzo in racconti", del Premio Pulitzer 2009.  

Intervista all'autrice tratta da Il Secolo XIX


Con i romanzi precedenti “Amy e Isabel” e “Abide me” lei ha già ricevuto riconoscimenti letterari. Il Pulitzer le ha cambiato la vita?
«Non sono mai stata così indaffarata. Naturalmente sono ben felice di averlo vinto. Mi piace moltissimo incontrare i lettori, in fondo scrivo per loro. Ma penso che autore e scrittore siano diversi. Il primo è un personaggio pubblico, tiene conferenze, va alla radio, risponde a domande. Mi piace, lo faccio volentieri. Ma scrivere è ben altro. Molto più profondo».
Per definire “Olive Kitteridge” lei parla di romanzo con racconti. Cosa significa realmente?
«Tutto nasce da questo personaggio. Una donna ingombrante, in tutti i sensi, aspra, difficile. Avevo l’impressione che il lettore potesse esserne sopraffatto. In qualche modo pensavo che non volesse trovarsela sempre fra i piedi. Così nel libro c’è l’arte, il respiro del romanzo. Ma in senso tecnico si tratta di racconti, ogni capitolo è una storia conclusa. Olive non è sempre in scena, nei capitoli dove non è protagonista la posso raccontare dal punto di vista degli altri. Mi interessava che alcune sue caratteristiche venissero fuori indirettamente».
Kitteridge è decisamente insolita. Una donna di mezza età. Lei la descrive alta, grossa, insomma sovrappeso. Dal carattere difficile, spesso maleducata. Eppure indimenticabile. Da dove le è arrivata, come l’ha creata?
«Me lo sono chiesta spesso anch’io. Penso che venga da molte persone, da certe mie parenti che ho conosciuto da piccola, nel Maine dove sono cresciuta. Un certo modo di fare, aspro eppure attento, con molti segreti. Viene dall’affrontare una vita dura, non molto protetta. In lei c’è una specie di umanità estrema».Le storie si svolgono tutte a Crosby, sulla costa del Maine, lo stato a nord di New York. È importante l’origine, per la sua scrittura?
«Fondamentale. Vivo a New York da più di vent’anni, amo moltissimo quella città, ma sono legata alla mia terra, al New England. La mia famiglia vive nel Maine da otto generazioni. Ci sono alcune caratteristiche di Olive che vengono dal suo essere un’abitante del Maine, come uno speciale e ossessivo senso dell’isolamento. O una certa forma di paura».A proposito di paura, uno scrittore molto popolare e amato dai lettori in Italia, che ha messo il Maine al centro dei suoi romanzi, è Stephen King. Cosa ne pensa?
«Oh, Stephen King. Un vero scrittore del nord, un interprete delle nostre terre. Scriviamo storie diverse e differenti sono i generi, eppure raccontiamo le stesse cose, ne sono convinta. Mi piace molto Stephen King».
Per rimanere in tema di paure, l’11 settembre, l’attacco alle Torri, compare come una preoccupazione distante, non una paura presente nella vita di quelle persone..
«Sì, una donna come Olive non capisce le paure che l’11 settembre ha generato. Ne sa poco. Quando il figlio, che vive a New York, le racconta i sospetti sul suo giornalaio pakistano, lo trova paranoico. Sono altre le paure di Olive, sono le paure della vita. Sono amata, quale morte mi toccherà?».
Nel libro la politica non compare mai. Tranne alla fine, in una bella tirata di Olive contro Bush e la sua scelta di guerra in Irak.
«Olive è una donna di forti passioni, è naturale che per lei lo sia anche la politica. Definisce Bush un cowboy con tutta la superiorità che può usare una donna del New England. E poi lei è così. Anche se non ne parla mai, è naturalmente una democratica. Ma che si trova a incontrare uno che per lei sarebbe stato un nemico in altre circostanze, un repubblicano». Olive è brusca, scortese, eppure capace di aprire il cuore quando incontra una ragazza anoressica...
«Molti lettori mi hanno detto che questo episodio li ha toccati profondamente. È nel carattere di Olive. Lei che sembra non curarsi degli altri, sa prendersi cura, sa parlare in modo diretto, senza barriere. Alla ragazza che muore di fame, lei parla della sua fame, della fame di tutti. Mi interessavano questi aspetti diversi di una persona. Nel raccontare le diverse storie, nel costruire questo romanzo di storie, sono riuscita a raccontarla dall’interno, ma anche dal di fuori».
Quando ha deciso di diventare scrittrice?
«Non ricordo un momento della mia vita in cui non ho scritto. Mia madre, che è la più grande narratrice che abbia mai conosciuto, mi ha messo in mano un quaderno a cinque anni. Diventare una scrittrice però non è stato facile. Mentre al sud c’è una tradizione di scrittori, al nord non vieni preso molto sul serio. Mio padre non era per niente convinto. Così ho studiato legge, il che non mi è dispiaciuto, sono grata di conoscere la Costituzione del mio paese. Ma detesto la professione di avvocato, ho praticato per sei mesi. Terribile».
Per scrivere “Olive Kitteridge” ha impiegato dieci anni. Che rapporto ha con un personaggio che non si può fare a meno di amare?

«La amo, la odio. Nel descriverla ho fatto un’azione culturale, ma sono partita anche da un punto di vista interiore. Reagisco alla sua paura, alla sua tristezza. Olive è davvero un esempio estremo di umanità. Ama suo figlio Christopher, eppure gli fa del male. Questo mi colpisce di lei e volevo raccontare. Che ama. Che vive. In modo imperfetto. Come tutti noi» 

Commento
Innanzitutto è bene chiarire che non si tratta di un romanzo, bensì, di una raccolta di 13 racconti.
In alcuni di questi Olive Kitteridge è protagonista, in altri è coprotagonista.
Il libro è vigoroso nella sostanza ma delicato nello stile,  un magnifico "affresco" di un piccolo paese immaginario del Maine dove si alternano vicende diverse, storie di vita comuni, così come, anche se non sempre accettato e ammesso,  è comune il modo di reagire dei protagonisti. La prosa di Elizabeth Strout è delicata, i personaggi ben delineati, le descrizioni del paesaggio precise,  gli stati d'animo raccontati come pochi sanno fare, in sintesi, il senso della vita racchiuso in un libro che non eccede mai in sentimentalismi, per nulla inferiore a quelli della mia amata Alice Munro,  In fuga per esempio...


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